venerdì 28 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 4)



                          Risultati immagini per vita

     La cena si era svolta in una convivialità stentata, la cara cugina aveva lanciato frecciatine fastidiose che Giovanna volutamente non aveva colto: col suo sorriso moderatore aveva fatto in modo che Ernesto non andasse su tutte le furie. La cugina era una dei pochi familiari rimasti della parentela paterna e per lei era un legame con suo padre, morto da qualche anno. Teresa, figlia della sorella di suo padre, era cresciuta con gli occhi puntati sulla bella Marilena; la emulava in moltissime cose, solo nello studio le imitazioni erano mal riuscite: s’era fermata alla maturità magistrale conseguita a stento dopo una bocciatura. Era sposata a Oronzo, tecnico che riparava elettrodomestici e la loro vita si svolgeva nella bella cittadina di Ostuni; avrebbe, per alcuni versi, dovuto sentirsi appagata, ma quella vita di provincia, anche se meta di turisti,non la entusiasmava. Aveva, pressappoco, la stessa età di Marilena e nel confronto ne usciva perdente al punto di vergognarsi di sé sia per l’aspetto fisico, sia per l’intelligenza nettamente inferiore. Quella frustrazione cercava di mascherarla, come meglio poteva, ma erano le sue risposte distaccate, il suo mancato interesse, le sue acide parole a denunciare il suo avvilimento interiore.
   Giovanna aveva compreso da un pezzo l’invidia che Teresa nutriva per sua figlia e se ne dispiaceva: le ragazze erano cresciute insieme e Marilena non aveva creato situazioni tali da far nascere sentimenti di gelosia nel cuore della cugina. Molto spesso, Giovanna si era anche preoccupata quando coglieva quegli occhi di ghiaccio che scrutavano la sua bella figliola. Perciò il posto di bibliotecaria in un’altra città, e per giunta nel nord, era motivo di fastidio pungente per Teresa, sicuramente avrebbe voluto esserci lei a Verona e magari in cerca di belle emozioni. Ma Giovanna sapeva che sua figlia era appassionata allo studio e che era lì per arricchirsi culturalmente; la storia dell’arte era importante: sin da quando aveva scelto la facoltà di lettere, aveva manifestato le sue intenzioni future. 
   I cugini si accomiatarono in gran fretta, la telefonata aveva turbato quella serata e Teresa sembrava avesse il fuoco sotto i piedi.
   “Ma tu guarda, mi sono fatta in quattro per questa cena, ma cosa vuole dalla vita?” Disse tra sé e sé, Giovanna, cercando di non farsi udire dal marito: voleva evitare d’infiammarne l’animo e in quel momento stava tentando di spegnere il suo.
    Ernesto, come nulla fosse, si accinse a dare una mano alla moglie senza fare riferimento alcuno alla conversazione allusiva: quella sera non aveva voglia di polemizzare. Lui aveva compreso da un pezzo quanto la nipote acquisita invidiasse la bella figlia, per lui non era un disagio, tutt’altro era una constatazione della superiorità di Marilena e ne era fiero; per questo motivo aveva sempre vigilato, sua figlia attirava molti sguardi e la cattiveria umana andava arginata. Ovviamente non si riferiva a Teresa, che male avrebbe potuto farle: lei come parente non era una minaccia, ma il mondo esterno sarebbe potuto diventarlo e la figlia ancora si fidava del genere umano: la sua bontà d’animo forse non coglieva gli aspetti negativi della vita.
   “Sempre acidina Teresa.” Disse lui con ironia, mentre si affrettava a riporre i piatti nell’acquaio “Ricordati il verso di Dante, funziona, e poi lasciala bollire nel suo brodo, magari è solo insoddisfatta.”
    “Hai ragione caro!” esclamò “Sai pensavo che quel viaggetto a Verona potremmo anche farcelo, io non conosco quella città, sarà un motivo per rivedere anche Marilena, sapessi quanto mi manca!”
   “E poi sarei io il retrogrado, l’opprimente. Siamo uguali noi due, amore mio!” e l’abbracciò con passione, con immensa passione.
   Aveva una bella famiglia, si disse Ernesto, e guai a chi tentava di creare disturbo: la serenità andava difesa. Avevano fatto tanto, lui e sua moglie, per creare ciò che avevano. Giovanna era stata una moglie paziente, sempre pronta al dialogo costruttivo, un vero modello di saggezza e onestà. In fondo alla sua anima riconosceva i meriti alla sua preziosa moglie che comunque s’era prodigata in virtù dell’amore che lui le donava: da quando l’aveva conosciuta, con quell’aria da passerotto indifeso, lei gli era entrata nel sangue facendogli  abbandonare la precedente vita di bagordi. 
   Si accese una sigaretta e uscì in giardino, il cielo terso e l’aria fresca autunnale erano un’ottima cornice distensiva, Ernesto si accomodò sulla sua poltrona preferita in vimini. Giovanna avrebbe impiegato una mezz’oretta nel rigovernare la cucina e per lui quello spazio di raccoglimento tutto suo, era un dolce ripercorrere i momenti salienti della sua vita: amava addentrarsi nei recessi della memoria e abbandonarsi ad essa.  
   Osservò lo scenario dinanzi a sé, la bella vista che dava sul giardino verdeggiante; buttò l’occhio alla siepe d’hibiscus dai colori rossastri, quanto amava quei fiori, avevano vita breve ma bastava un solo giorno per portarli nel cuore. Fondamentalmente era un romantico, un signore dall’animo gentile che indossava i panni dell’austerità quando doveva impartire l’educazione ai suoi figli, ma nel fondo della sua anima coltivava ancora teneri pensieri, velati da un unico ricordo doloroso. Un refolo leggero al profumo floreale gli accarezzò le narici, chiuse gli occhi e tornò a quel giorno in cui spalancò le porte del piacere alla bellissima Giovanna.

(continua)

venerdì 21 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 3)


                        Risultati immagini per vita


      Marilena, dopo aver indossato il morbido pigiama in pile, scaldò una pizza del giorno prima, se l’avesse vista sua madre, l’avrebbe investita di rimproveri.
   “Non pensi alla tua salute, non sai mangiare, solo carboidrati e grassi, che modo di rovinarti la vita!”         
   “Basta!”urlò tra sé e sé “Sono da sola e ancora non me ne rendo conto, i miei genitori... è come se mi vivessero dentro!”
   Pose il piatto sul tavolino del salotto, era stata fortunata: aveva trovato un bell’appartamentino con una modesta zona living sulla quale si affacciava la camera da letto e un discreto bagno; una casetta fatta per lei, dove poteva decidere della sua vita senza subire la volontà dei genitori, per di più era una casa luminosa e ubicata nella zona semi centrale della città degli innamorati. Si sarebbe innamorata anche lei, pensò? Tutte le volte che conosceva un ragazzo, dopo i primi approcci, avvertiva una repulsione e scappava via, non sapeva neanche il perché; comunque nel luogo dell’amore passionale , lei avrebbe incontrato l’uomo dei suoi sogni, l’uomo per il quale non sarebbe fuggita e si sarebbe donata come Giulietta, sicuramente in quel posto c'era un Romeo che l’attendeva.
   Tornò a pensare alla lettera, stava diventando un chiodo fisso.
   'Domani riprenderò quel libro' pensò  Un bel romanzo tra l’altro, Madame Bovary, chissà come mai la ragazzina fosse in possesso di un libro non adatto a lei? Una storia che all’epoca fece scalpore per oltraggio alla morale, e sicuramente la risposta va cercata proprio in quella lettura trasgressiva.'
   Custodì la lettera nel tiretto del cassettone e accese il televisore, stavano dando una fiction romantica, il suo genere preferito, si ricordò che non aveva chiamato i suoi, lo fece subito per evitare che le telefonassero mentre faceva dolci sogni: da quando era lì, dormiva beatamente e le ansie inspiegabili, che non aveva confessato neanche a sua madre, erano quasi scomparse. La mamma appena sentì la sua voce andò in brodo di giuggiole e per la contentezza la fece parlare con Teresa, da loro era appena cominciata la cena.
   “Chissà che ti mangi, lì a Verona? Che c’è di buono, solo il pandoro?” disse la sciocca cugina invidiosa che avrebbe voluto essere lì al nord da un bel pezzo, se non avesse sposato Oronzo. “Ma certamente, vivo unicamente di dolci!” rispose Marilena e poi aggiunse “E mangio anche la polvere dei libri.” concluse, per sottolineare che le sarebbe piaciuto ricevere, almeno, una parola augurale per l’incarico assegnatole, lavoro ottenuto dopo aver superato un concorso di tutto rispetto, e non stupide congetture.
   Stava per chiudere la comunicazione, quando udì la voce di suo padre che le faceva le solite raccomandazioni; le ricordò anche che era passato un mese da quando era partita e che sentivano il bisogno di rivederla, per questo motivo sarebbero saliti a trovarla, visto che non avevano impegni, mentre lei avrebbe dovuto aspettare le ferie per poter organizzare una visita giù da loro.
   “Ma papà, è solo un mese! Qui va tutto bene, nessuno mi ha morso, sta tranquillo. Io lavoro e nel tempo libero studio, ho già tutto il piano di studi. Ho conosciuto anche una brava ragazza pugliese che si trova a Verona, come me, per la specialistica. Ti dirò di più, quando c’è la lezione nel mio orario di lavoro lei, Mimma, prende gli appunti per me, ecco perché ho scelto di lavorare part-time alla biblioteca, unisco l’utile al dilettevole.”
   Finalmente poté dedicarsi alla visione dello sceneggiato, notò che c’era il suo attore preferito, ah se avesse incontrato un tipo fascinoso come lui, un bel tenebroso moro dagli occhi verdi! E con questa speranza si addormentò: era stata una giornata intensa.

(continua) 

lunedì 17 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 2)

                         Risultati immagini per vita     
                  

                                                                          2


   “Ernesto, oggi verranno a farci visita i cugini di Otranto, che dici andrebbe bene l’impepata di cozze come antipasto? Chiese Giovanna a suo marito “Ci domanderanno di nostra figlia e dovremo dire come stanno le cose, cerchiamo di dare la stessa versione; tra l’altro è per noi una bella soddisfazione!”
   “Sai che m’importa di loro, anzi credo che moriranno d’invidia, non si trova dietro l’angolo un posto di bibliotecario! Che cosa credi, sono fiero di nostra figlia! Piuttosto, ho pensato di fare un salto da lei, è già un mese che non la vediamo!”
   “E tu saresti quello pieno di compiacimento, ma va là non cambi mai! Siamo nel terzo millennio, marito mio!” commentò Giovanna, donna dalla mente evoluta, un po’ come sua figlia, e se aveva chiesto al marito di stabilire un accordo era solo per non essere giudicata una bugiarda dai cugini, tutto qui. 
   I coniugi Renzi, genitori di Marilena, erano sposati da trent’anni, e se non fosse stato per le idee restrittive di Ernesto, sarebbe stato un matrimonio perfetto; Giovanna ricordava ancora con batticuore il giorno in cui fu avvicinata da lui all’uscita da scuola.
   “Ti va di fare un giro in moto?” così con nonchalance, senza mezze misure, e lei arrossì come un’educanda; voltò lo sguardo dall’altra parte della strada e vide le amiche che avrebbero voluto essere al suo posto; allora si fece coraggio e annuendo, saltò sul sedile avvinghiandosi a lui da vera sfrontata. Viveva in una piccola cittadina di provincia e gli abitanti si conoscevano un po’ tutti tra di loro, le ragazze del paese avrebbero voluto essere corteggiate dal figlio del farmacista: era bello e dotato di una simpatia coinvolgente, era anche un contestatore, il tipico giovane borghese dei primi anni settanta che amava stupire per spregiudicatezza.
   La condusse in cima alla collina, sul belvedere, dove si rifugiavano le coppiette; lei s'intimidì del luogo solitario e allora per alleggerire l’imbarazzo gli parlò della scuola e dei suoi progressi in storia dell’arte: quando affrontava argomenti che conosceva, le piaceva essere alquanto loquace e spigliata.
   “Sai i primi insediamenti in questo luogo hanno origini antiche, si parla di molti secoli prima di Cristo, forse mille e anche due mila anni. Mi affascina ripercorrere la storia del passato, immaginare la vita dei nostri predecessori, i sacrifici, le lotte, i cambiamenti; dobbiamo a loro ciò che abbiamo!”
   “Mi avevano detto che sei una secchiona!” disse lui interrompendola “Ehi, bambolina, lo sai che mi piaci molto! I tuoi capelli pel di carota ti donano e poi, fatti guardare,” e così dicendo la fece roteare per ammirarle le gambe perfette che spuntavano sotto la gonna un po’ più corta delle precedenti, aveva lottato per farsela accorciare. “Sì, sì, niente male!” e l’attrasse velocemente a sé da toglierle il respiro e la baciò, a lungo molto a lungo, alla fine lei stordita ebbe la forza di mormorare:
   “Riportami subito a casa!”
   Cominciò così la loro storia e del ragazzo fuori dalle righe, dopo la nascita della prima figlia, non era rimasto più niente: era divenuto possessivo fino all’eccesso, un quasi padre padrone che si scontrava con la moglie per divergenze d’opinioni; se Marilena aveva avuto una vita più elastica, lo doveva a sua madre che parteggiava per le donne, avendo subito a sua volta le regole costrittive dell’epoca.    
   Giovanna ritornò in sé e osservò suo marito, era ancora un bell’uomo, il passare degli anni gli aveva donato il fascino della maturità e lei ne era innamorata più di prima. Lui aveva sessant’anni e lei cinque di meno, erano una coppia non eccessivamente matura che stava vivendo la riscoperta del piacere della vita a due: il figlio maschio era già sposato e padre di un bimbo piccolissimo, viveva a molti chilometri di distanza e i loro incontri avvenivano saltuariamente. Ora la figlia femmina era da un’altra parte per cercare di conseguire la specialistica e lei come mamma ne era fiera: avrebbe voluto lei al tempo intraprendere quella strada, se non si fosse innamorata del suo Ernesto, chissà? La donna faceva all’epoca delle rinunce e non anteponeva i propri interessi all’amore, comunque ora aveva una bella famiglia e ciò la gratificava immensamente.
   Raggiunse suo marito e lo abbracciò, lui rispose a quello slancio con un bacio.
    “Ancora mi turbi come la prima volta, ricordi?” esclamò lei, mentre lo abbracciava.
    “E dire che ero uno scavezzacollo, tu col tuo viso d’angelo facesti di me l’uomo che sono!” commentò lui e una piccola ruga solcò la sua fronte, una piega d’espressione frutto di un pensiero nascosto.
    “Non mi pare sia un bel ricordo.”aggiunse lei “Dirò di più, tutte le volte che rievoco il passato, noto quel solco sulla tua fronte.”

   Giovanna si staccò dal marito e dimenticò subito la sua osservazione, si apprestò a preparare il pranzo, era una brava cuoca e gradiva avere ospiti, i cugini Oronzo e Teresa sarebbero giunti fra qualche ora, le conveniva cominciare. 

martedì 11 aprile 2017

"Una vita vera" (capitolo 1)

                       Risultati immagini per vita                                            

                                                                          1
   

   M’interrogo, spesso, sulle origini della vita e sulle differenze sociali: per me siamo tutti uguali, ma “loro” non la pensano così. Io sono curiosa e vorrei la verità, quella verità che il più delle volte non comprendo. Vorrei essere una veggente, vorrei avere poteri prodigiosi per entrare nelle loro teste blasonate e leggervi i pensieri, quelli segreti che tengono nascosti: non ci credo che sono felici in questo mausoleo zeppo di muffa e di consuetudini. Che peso essere nata in uno stato monarchico e farne parte, quante regole, quanti rituali di corte; io ho voglia di aria fresca senza costrizioni, sono stanca di dover sottostare ai loro cerimoniali come fossi un’adulta matura. Che tedio, che tedio, non ne posso più!
   Mi apparto in camera con la figlia della cuoca: con lei sono felice, vorrei andare in giro con il figlio del giardiniere, vorrei essere nata da un’altra parte in una casetta spoglia. Meglio il ragazzino lercio che vedo stendere la mano, lui sì che sa sorridere! La mia dama di compagnia è così altera, mi proibisce persino la risata sonora, vorrei tanto potermi sbellicare dalle risate.
   Ho sedici anni e ancora non conosco il contatto con la natura, il correre per i prati, il rotolarmi sull’erba, l’abbraccio spontaneo, l’ilarità istintiva; sono nata e cresciuta fra queste gelide mura, sento dentro di me che la vita vera è un’altra cosa ed io per quell’altra faccia della medaglia che m’interrogo!Un giorno o l’altro volerò via verso la libertà!
  
  “Ma tu guarda che lettera, che confessione! E’ anche stropicciata, che grafia d’altri tempi, l’inchiostro è sbiadito, come vorrei sapere chi l’ha lasciata fra queste pagine!”, commentò Marilena quella mattina in cui stava rimettendo a posto i libri della biblioteca comunale. Era da qualche tempo che prestava servizio fra quelle mura odorose di polvere e non le era mai capitato di ritrovare un foglio da lettere scritto a mano, una pagina ingiallita e ispessita dalla polvere. Riprese il libro custode del messaggio, le fece tenerezza e cercò, sul frontespizio e fra le pagine, un qualunque indizio; forse la lei misteriosa aveva scritto il suo nome e anche il casato di appartenenza, a quel punto cercò di dare un volto all’angosciata adolescente che aveva affidato il suo sfogo al romanzo preferito.
   Marilena era fatta così: immaginava la persona anche non conoscendola; quando leggeva, si calava nella vicenda e i personaggi assumevano le fattezze desiderate. Il lavoro di bibliotecaria le calzava a pennello, aveva anche la possibilità di leggere romanzi di ogni genere, preferiva la narrativa classica, ma non disdegnava un altro genere letterario: per lei ogni libro meritava di essere letto sino alla fine.      Aveva fretta: era l’orario di chiusura, allora annotò il titolo del romanzo e ripose la lettera nella tasca dell’impermeabile e si apprestò ad uscire. Fuori l’accolse una pioggia battente, fece una corsa per giungere alla sua auto, incespicò su di una mattonella sconnessa e imprecò contro l’incuria di quella vecchia stradina: stava per fare un ruzzolone. Accese il motore della sua utilitaria e partì mezza fradicia, si rincuorò al pensiero che fra un po’ sarebbe stata al riparo nella sua confortevole casa da single. Poi ripensò alla povera ragazza del passato costretta a subire le imposizioni del periodo e del suo rango, invece lei poteva decidere della sua vita in piena libertà; non che non avesse lottato: suo padre dalle idee conservatrici, uomo dalla morale tutta di un pezzo si era opposto tenacemente alla volontà della figlia di vivere da sola e in un'altra città. Ma Marilena la spuntò: “ Non peserò su di te, papà!” gli aveva detto “Lavorerò alla Biblioteca Civica di Verona, non te ne ho parlato, ho partecipato al concorso e l’ho vinto; potrò anche arricchire le mie competenze, intendo fare la specialistica in storia dell’arte, qui da noi non è possibile, e poi ho quasi trent’anni, ho bisogno dei miei spazi.”
   Ernesto, padre dal piglio autoritario, che non riusciva ad adeguarsi ai tempi, non aveva gradito la presa di posizione della sua unica figlia femmina, col maschio non aveva avuto questi problemi. Era contento per la bella notizia: la figlia, laureata in lettere già da un bel pezzo, aveva primeggiato su tanti partecipanti, ora avrebbe avuto un ottimo lavoro, ma perché così lontano, si domandò? Alla fine si era infuriato, aveva fatto la voce grossa invece di esprimere le sue congratulazioni, ma ugualmente aveva dovuto lasciarla andare; però avrebbe vigilato, questo sì, non l’avrebbe abbandonata al suo destino in quella città del nord.
    L’acqua scrosciante della doccia restituì a Marilena vitalità e mentre si lavava, non poté fare a meno di osservarsi: nella cabina doccia vi era uno specchio a misura d’uomo.
   “Non ho di che lamentarmi, madre natura mi ha dato un bel fisico e ne sono fiera, sarà per questo che non mi va bene nessuno!” rifletté “Ma no, cosa vado a pensare, ha ragione mia madre, quando mi batterà il cuore anche il ragazzo meno attraente sarà per me bellissimo!”
   Si coccolò massaggiandosi il corpo con la crema alle mandorle dolci, la sua pelle secca aveva bisogno di nutrimento, srotolò i capelli ramati che aveva avvolto nell’asciugamano per togliere loro l’acqua in eccesso e cominciò a fonarli davanti allo specchio del lavabo, oltre che un bel fisico aveva un volto delicato illuminato da due profondi occhi cerulei. “Sono uno schianto!” constatò “Però che narcisista! Ehi, ragazza meno apprezzamenti! E lei, la tipa della lettera com’era?” Non riusciva ancora a distaccarsi con la mente da quel breve sfogo lasciato ai posteri e da lei ritrovato.
(continua)

giovedì 30 marzo 2017

Il pescatore

                         Risultati immagini per mare                                                


   Siamo a metà settembre e ci concediamo un’ulteriore vacanza, un tre giorni in un paesino abbarbicato sul promontorio, in un borgo vetusto, ma singolare, con un porto sottostante lambito da un mare cristallino.
   Ci accompagna nostro figlio Matteo, che nonostante sia un adolescente alle soglie della pubertà,  trova divertimento anche con i suoi genitori, gioendo per questo extra fuori città, alle soglie dalla apertura delle scuole.
   L’albergo, dove alloggiamo, si affaccia proprio sul porticciolo diviso in luogo d’attracco per le diverse barche di pescatori del luogo e anche in spiaggia riservata ai clienti dell’hotel.
   Prendiamo possesso della camera, ci guardiamo intorno, ci piacciono le pareti chiare tinteggiate con effetto spugnatura rosa pesca, colore riportato sulle lampade e sulla biancheria da letto che rende il tutto raffinato, ma rilassante.
   Apro le persiane ed esco sul balconcino che si affaccia sul singolare porto, insenatura di quel luogo turistico, da qualche decennio riscoperto e rivalutato.
   “Mamma,” esordisce Matteo. “C’è anche il frigo bar! Guarda quante lattine di coca, posso aprirne una?”
   “Ma certo tesoro! Ora vieni a guardare il panorama, qui dall’alto è più suggestivo!”
   Mi raggiunge mio marito Giorgio, compagno fedele da più di vent’anni.
   “Vediamo un po’ Loredana? Splendido! mi dice. “Ho scelto bene allora? Questa mini vacanza non programmata, si prospetta niente male!”
   Loro i miei due uomini sono già in boxer da mare e mi sollecitano a cambiarmi.
   “Andate pure, vi raggiungo al più presto. Devo farmi una doccia. Sono accaldata!”
   Giorgio si avvicina e mi bisbiglia nell’orecchio: “Un fuori programma?”
   “Già!” gli sussurro. “Ho dimenticato di passare il rasoio sulle gambe. Faccio in un attimo!”
   Sono sola finalmente! Posso guardare le bellezze paesaggistiche dal piccolo balcone con la ringhiera di ferro battuto a forma semi circolare. Noto in un angolo una poltroncina in vimini, mi ci accomodo e osservo il cielo che si tocca col mare azzurro e con il promontorio, lingua di roccia piantata nelle limpide acque. Scruto con interesse all’orizzonte la collina rigogliosa di natura verdeggiante, che guarda dall’alto il paesino marittimo. Chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni dilatando le narici, affinché lo iodio raggiunga ogni cellula del mio corpo; lo faccio sempre quando sono al mare, compio questo rito sin dalla nascita, perché così sono venuta al mondo: in un’insenatura nascosta della bellissima costa siciliana.
   “Mammina, anche oggi tarda a venire il papà?”
   “Amore, le barche non sono ancora rientrate! Continua a guardare il mare e fra un po’ le vedrai spuntare!”
   Avevo solo cinque anni e vivevo in una graziosa casetta che dava sul mare, solo un modesto marciapiede la separava dalla scogliera del porto del mio paese; quando i pescatori rientravano con le barche, io ero sempre davanti alla finestra col nasino appiccicato sul vetro che si appannava del mio respiro. C’era una particolare intesa fra me e mio padre: lui era per la bimba Loredana un mito e quando scendeva dalla barca salutandomi con un cenno della mano in segno di vittoria, io esultavo:
   “Mamma, il papà anche oggi è stato bravissimo … ha pescato!”
   I miei genitori si conobbero in riva al mare e per entrambi era esploso l’amore in un feeling perfetto; s’incontravano di nascosto fra gli anfratti per non essere scorti da nessuno: sapevano che la loro storia sarebbe stata disapprovata dalla famiglia di mia madre.
   Mamma frequentava il primo anno alla facoltà di lingue, avrebbe voluto fare l’interprete da grande; mentre mio padre aveva continuato lo stesso mestiere di mio nonno, da piccolo accompagnava molto spesso suo padre durante le escursioni di pesca e si era innamorato della vita in mare aperto: il lavoro di pescatore divenne per lui una vera passione!
   “Mario, sai com’è, i miei genitori stanno facendo dei sacrifici per me, mi pagano gli studi e i vari spostamenti dal paese, da noi non ci sono università. Io prima di conoscerti, non pensavo a un legame, c’era solo lo studio nella mia testa, ora ci sei tu e io vorrei stare sempre con te! Poi ci sarebbe un altro problema… il tuo lavoro, i miei per me hanno grandi aspirazioni, perciò amore siamo costretti  a vederci così!”
   “Pamela, va tutto bene per me, purché non mi abbandoni!”
   La storia andò avanti per vari mesi, nessuno si accorse di nulla, fino al giorno in cui la mia mamma non rimase incinta di me e, come Pamela aveva previsto, i miei nonni materni la misero alla porta quando seppero di mio padre.
   “Cosa!”, urlò mio nonno. “Ti faccio studiare per darti un futuro migliore e tu… ti butti nelle braccia di un pescatore! Vuoi passare la tua vita fra la puzza del pesce, fra le incertezze e con un marito di basso livello? I tuoi progetti… i tuoi sogni! L’amore passa, te ne pentirai!”
   Fuggirono via, Mario e Pamela, e vissero inizialmente in una casetta alla periferia del paese, anche i genitori di mio padre disapprovarono la scelta del figlio, secondo loro quella ragazza con la testa alla cultura non sarebbe stata una brava moglie, per cui inizialmente i due innamorati dovettero adattarsi alle ristrettezze economiche.
   Ma loro non se ne curavano: la felicità adombrava tutto il resto.
   Il mattino presto mia madre si recava al porto ad attendere il ritorno del marito e quando vedeva  all’orizzonte far capolino la barca tinteggiata di giallo, sapeva che rientrava il suo uomo: sublime amore; allora dalla costa, lei cominciava a salutarlo con il braccio per aria e si portava la mano alle labbra per soffiargli un bacio simbolico di benvenuto.
   Anche con la gestazione al termine, Pamela non rinunciò all’appuntamento con il mare: non poteva mancare! Quella mattina, quando io decisi di venire al mondo, lei era in attesa sulla piatta scogliera; avvertì  delle intense contrazioni che la obbligarono a sedersi per terra, mentre incrociava le braccia sul ventre con sofferenza.
   “Che ti succede amore?” disse Mario dopo aver ancorato la barca.
   “Portami nel nostro rifugio, devo sdraiarmi!”
   Il rifugio era un’accogliente grotta un po’ più avanti, era il luogo dove si erano amati lontano da occhi indiscreti, era il limbo felice.
   “Pamela, andiamo in ospedale, credo che sia giunto il momento!”
   “No!”, esclamò lei. “Non ce la farò, sta per nascere, devi aiutarmi tu!”
   Il parto fu rapido, mi ha raccontato in seguito mia madre, e il mio coraggioso papà prese in braccio le sue due donne e le condusse in ospedale per il controllo medico.
   Con la mia nascita i due sposi si sentirono ancora più uniti, l’amore ardeva come un fuoco inestinguibile: erano perfetti insieme. Mio padre era un giovane che se il destino lo avesse collocato da un’altra parte, con le sue doti naturali di bellezza e d’intelligenza, avrebbe avuto un avvenire diverso. Mia madre lo denominò “l’intellettuale dei mari”, non ci furono incomprensioni fra loro, il rapporto non si arenò per mancanza di argomenti, come presagiva il mio nonno materno: Mario era bello, amorevole, dalla parlantina forbita e abile pescatore.
   Il lavoro andava bene, il nostro mare pescoso permette discreti guadagni e col tempo mio padre aveva in progetto di acquistare un peschereccio, sarebbero andati i suoi futuri marinai in mare.
   Avevo compiuto cinque anni, quando ci trasferimmo in quella casa che si affacciava sul porto; era una graziosa villetta a due piani e se non ero all’asilo, mi appostavo dietro ai vetri ad attendere il mio papà, il mio bellissimo padre, al quale correvo poi incontro festante per saltagli al collo e riempirlo di baci tempestandolo di domande.
   La vita scorreva felicemente, Pamela mai si lamentò di aver rinunciato ai suoi sogni: il suo universo eravamo noi! Ogni nuovo giorno rafforzava nei miei genitori  quel feeling perfetto che li univa indissolubilmente. 
   Quella memorabile mattina … quella mattina in cui disegnai tanti ghirigori sulla patina di vapore del mio respiro, dopo l’attesa prolungata vidi giungere le barche prive di equipaggio.
   “Mamma è tutto triste lì fuori, ci sono soltanto le barche senza i papà!”
   “Andiamo a vedere, si saranno nascosti per farci uno scherzo!”
   Sono trascorsi circa quarant’anni, ma ricordo ancora l’espressione angosciata che colsi sul volto di mia madre: mi colpì profondamente, mai prima di allora quel viso aveva espresso dolore.
   Il mare restituì i pescatori per un ultimo saluto: durante la notte un’improvvisa mareggiata aveva soppresso quelle vite. L’imbarcazione gialla non fece più ritorno e di mio padre si persero le tracce, tracce di un’attesa mai cancellata.   
   Riemergo dalle rievocazioni del mio passato che mi è stato raccontato e che ora in questo luogo mi suggestiona, e mi chiedo perché? Ho appena trascorso un’altra vacanza al mare, ogni estate della mia vita la passo esclusivamente al mare: non potrei diversamente! Cosa c’è di diverso qui? Il richiamo è forte, anche se mi attendono e devo affrettarmi, giro il capo per osservare con più attenzione le barche ormeggiate e fra le tante fa capolino una colorata di giallo … che strana coincidenza! Mio padre all’epoca dei fatti non ebbe una sepoltura: il suo corpo non fu ritrovato. Scendo dabbasso e percorro il porticciolo, noto un anziano pescatore intento a lucidare la sua barca color delle limonaie, ha lo sguardo buono ma assente, mi accosto e lui mi sorride.
   “Davvero un bel colore!” esordisco
   “Non ho mai voluto cambiarlo.” mi dice “Non so perché, è come se fosse il colore del mio passato che non ho più ritrovato.”
   Nasce così nel mio animo la speranza… speranza di dare pace al mio cuore e a quello di Pamela che ancora attende il suo Mario con caparbia ostinazione.


venerdì 24 marzo 2017

Le scarpette rosse

     Anche in un momento in forte tensione, una lettura tenera addolcisce il cuore; questa breve storiella fa parte di un ricordo del passato.            




                     Immagine correlata                                                



   Erano lì belle, lucenti, uniche. Spiccavano in quella vetrina: fra tante anonime e scure, quelle scarpette sembravano uscite da un libro di fiabe.
   Elisabeth non staccava lo sguardo: le desiderava, da quando le aveva viste in quello scialbo negozio di calzature, ne era rimasta conquistata, doveva possederle per calzarle… per volare alto.
   Passava ogni giorno dinanzi a quel punto vendita, ma tirava sempre dritto; ogni mattina Elisabeth percorreva lo stesso tratto di strada prima di giungere a scuola: era un percorso obbligato, non vi erano altre vie.   Le scarpette di vernice rossa avevano un che di magico,  agli occhi di Elisabeth sembravano fosforescenti: la tonalità cambiava a seconda della luce. Il modello semplice, di quelle piccole calzature da bambola come la sua, era valorizzato da un cinturino fermato da un bottoncino.
   Viveva una vita modesta Elisabeth, ma essendo molto fantasiosa, era attratta, nonostante avesse solo otto anni, dai begli abiti con i suoi accessori. Quel paio di scarpe rappresentava per lei la conquista del benessere che avrebbe voluto: alla sua età immaginava che giungesse una fata buona a trasformare la sua casa in una più confortevole e a donare al suo papà un lavoro meno faticoso e più redditizio. 
   Le scarpette del desiderio erano sempre allo stesso posto; il negoziante le lucidava, le poneva in un’altra angolazione, ma esse rosse e patinate non lasciavano quella vetrina. Il papà di Elisabeth aveva intuito il desiderio di sua figlia. Si era accorto, quando la portava a passeggio la domenica mattina, come guardasse quella vetrina e gliel’aveva anche chiesto. Gli occhioni malinconici di Elisabeth si erano illuminati e lei aveva indicato le bellissime calzature; poi si era fatta coraggio, sussurrando: “Me le compri?”
   Da quel giorno, in poi, tutte le sere, quando si incontravano a cena, lei guardava suo padre e lo supplicava con lo sguardo; tacitamente continuava a inviargli il messaggio.
   Le scarpette rosse erano sempre in quella vetrina dell’anonimo negozio di quartiere, nessuno le comprava; sembrava stessero aspettando lei, solo lei, la bimba fantasiosa che quando desiderava non  comprendeva i ‘se’ ed i ‘ma’, giunse anche a ripetere a voce sempre la medesima, concisa frase: “Me le compri?”
   Il papà rigido incominciò a crollare. Un pomeriggio fiero, prese sua figlia per mano e la condusse dinanzi alla vetrina del desiderio.
   “Entriamo!” disse.
   Il negoziante prese le lucenti scarpette e le fece provare a Elisabeth che, guardandosi allo specchio, esclamò: “Non mi stanno bene, non mi piacciono più!”
   L’oggetto del desiderio, col possesso che stava per compiersi, smetteva di esercitare il suo fascino, lasciando nello sconcerto il papà.
   In futuro Elisabeth per quel padre fu sempre colei che cavalcava la volubilità.




venerdì 17 marzo 2017

L'autobus

  Risultati immagini per mamma che ritrova la felicità                                      

      Sono in ritardo… come sempre.
  Scendo le scale velocemente, mi separano quattro marciapiedi dalla fermata dell’autobus, sempre lo stesso che da vent’anni mi accompagna al lavoro.
   Il tratto è lungo e ogni giorno il vecchio autobus percorre svariati Km, in discesa fra le colline della Bassa Brianza, luogo incantevole della Lombardia, per raggiungere  la parte pianeggiante dove sorgono diverse fabbriche che attendono noi lavoratori quotidiani.
   Io presto servizio presso un mobilificio e mi occupo del settore vendite con professionalità e impegno tali, da meritarmi recentemente la nomina a responsabile della nuova struttura più ampia, fornita anche di arredamenti di tendenza.  
   E’ una mattina come tante e si annuncia simile alle altre. Sono fuori dal portone di casa, il sole splende in questa primavera inoltrata. Inforco gli occhiali da sole: la luce mi abbaglia, mi guardo intorno e non scorgo nessuno, come sempre. A quest’ora del mattino la cittadina tace e io mi appresto a cominciare una nuova giornata, ancora una volta con l’amaro in bocca; l’amaro della solitudine, l’amaro della sofferenza che vive in me da quel giorno maledetto in cui mia figlia, aprendo la porta di casa, mi urlò: “A non più rivederci, mamma! Tu per me sei morta!”
   Debora, amore mio, io continuo a vivere perché la speranza di rivederti mi aiuta a vivere e quando tornerai, dovrai trovarmi! E io fingerò che non sia successo nulla e ti accoglierò come se fossi uscita da qualche ora.
   Siamo in tanti alla fermata, ci conosciamo un po’ tutti.
   “Ehilà Silvana, come la va, oggi?” mi domanda sorridendomi la Cesarina.
   “Va di un bene. Sono la persona più felice di questa terra!”
  “Ma dai Silvana, vedrai che Debora ritorna.”  mi dice comprensiva. “Le passerà, la mamma è sempre la mamma!”
   Ci spingiamo con delicatezza, mentre percorriamo lo stretto corridoio alla ricerca del posto a sedere; ne trovo uno libero e mi ci accomodo. Apro la borsa per riporre i miei occhiali da sole, ma poi ci ripenso: la luce abbacinante giunge sino alla mia postazione; li inforco nuovamente e appoggio la testa sul sedile, mentre il movimento lento del pullman mi induce a pensare.
   Torno mentalmente a quella sera… eravamo felici Debora e io: non ci mancava nulla. Una bella casa e un lavoro dignitoso che avevo sin dall’inizio del mio matrimonio poi vanificato, quando quel traditore di mio marito decise di trasferirsi in un’altra città con una biondina ossigenata.
   Era venuta su bene lo stesso Debora che, dopo aver preso il diploma, aveva trovato lavoro in un centro commerciale. La sera quando ci ritrovavamo, alla fine di una giornata di lavoro, era sempre una festa: sembravamo due coetanee amiche. Non c’erano segreti fra noi, io conoscevo le sue storie d’amore e cercavo di metterla in guardia, dopo l’esperienza negativa avuta con suo padre. Tutto era perfetto… sino a quella sera.
   “Silvana sono tornata, dove sei?”
   “Sono in bagno, tesoro!” le piaceva chiamarmi per nome, lo faceva molto spesso, soprattutto nei momenti di massima gioia.
   “Allora Debora che succede? Sei tutta elettrizzata!”
   “Mamma, prepara una cena con i fiocchi, stasera conoscerai il mio fidanzato!”
   “Fidanzato! Che parolona, sarà come gli altri ragazzi, tu hai solo diciannove anni, non farai sul serio?”
   “Lui è diverso, quando lo conoscerai, capirai! Ci sposiamo, mamma ci sposiamo!”
   Ero preoccupata, ma finsi di non esserlo. Approntai una cena speciale, me la cavavo bene in cucina; dopo misi su un abitino decente, mi guardai allo specchio e l’immagine che rifletteva non era niente male; potevo essere fiera di me stessa: all’età di quarant'anni anni avevo un’aria molto giovanile, in tanti credevano fossi la sorella di Debora.
   Stavo per entrare in soggiorno, quando attraverso la porta a vetri che separava la zona notte, lo vidi!
   ‘No!’ mi dissi. ‘Lui no!’ Io lo conoscevo, alla stessa età di mia figlia c’ero cascata anch’io: mi ero innamorata di quell’infame torbido rubacuori. L’avevo incontrato per strada e mi aveva pedinato, poi entrando in casa avevo sentito squillare il telefono … Che tempismo, era lui!
   “Sei tu quella bella bambina di poco fa?”
   “Come dici, e tu chi sei?”
   “Dai che lo sai! Ti ho vista che mi guardavi.”
   “Come hai fatto ad avere il mio numero di telefono? Lascia stare.” continuai. “Ho capito … hai letto il cognome al citofono.”
   “Che scuola frequenti, che passo a prenderti!”
   Incominciò così la nostra storia, fui affascinata dalla sua eleganza, dalla sua cultura e anche dal suo benessere; ancora un po’ e sarei caduta nelle sue grinfie: egli era un “Pappone”. Un mio caro amico mi mise in guardia e lo affrontò, liberandomi per sempre della sua presenza, e ora lo rivedevo a casa mia con mia figlia, dopo vent’anni non aveva perso il vizio di avvicinare le brave ragazze.
   “Questa volta” pensai “dovrai vedertela con me, parassita!”.
   Entrai nella sala e lui con disinvoltura si alzò e mi venne incontro.
   “Signora è un piacere conoscerla, Debora mi parla spesso di lei e di tutti i sacrifici che ha fatto nella sua vita. Le vuole bene, tanto bene!”
   “Basta con questa commedia!” esordii con rabbia. “Non ti ricordi proprio di me? Non sono poi così vecchia! Ti occupi sempre dello stesso giro d’affari? Brutto porco! Tu mia figlia la lasci stare, lei ti cancella ora! Fuori di qui!”
   “Mamma come ti permetti? Io lo amo, stiamo per sposarci e tu mi distruggi! Hai sbagliato persona.”
   “Mandalo via tesoro.” le dissi accorata. “Per lui sei solo merce.”
   Sentii il tonfo della porta, Debora era uscita assieme a lui. Caddi esausta sul divano e incominciai a piangere singhiozzando, non mi accorsi del tempo che passava. Alzai lo sguardo e vidi che l’orologio segnava la mezzanotte, quando udii il rumore delle chiavi nella toppa. Era lei, Debora, era tornata. Mi guardò di ghiaccio, i suoi occhi trapassarono il mio cuore.
   “Sei ancora innamorata di lui? Mi ha raccontato della vostra storia giovanile, è per questo che hai voluto infangarlo! Me ne vado, mamma, tu per me sei morta!”
   Sento la frenata dell’autobus e mi sveglio da quel torpore, ogni qual volta mi eclisso con la mente, i ricordi prendono il sopravvento.
   Sto per alzarmi, lo fa anche la mia vicina di sedile, giro il capo e la guardo come faccio sempre, per un saluto formale prima di andar via.
   Ci fissiamo a vicenda, non proferiamo parola, poi…
   “Mamma, sei tu? Non sei cambiata, sei sempre la stessa Silvana!”