venerdì 13 ottobre 2017

Fantasiosi desideri

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   Scendeva lenta come fumo avvolgente, era candida e uggiosa e si appiccicava alla pelle; rendeva umidicci gli indumenti, penetrava nelle ossa e bagnava i riccioluti capelli di Ely. Che strano diminutivo, gliel’avevano coniato da piccola per guadagnare tempo; non Eleonora, troppo lungo, cominciò con un Ele, poi si tramutò in Ely e a distanza di anni, anche ora, che di piccolo aveva solo la statura, sempre e solo per tutti Ely.
   Lei amava la campagna lucchese al sorgere del sole, non le importava che in quel periodo salisse la nebbia; il medico le aveva consigliato di restare al caldo il mattino presto: la sua artrite aveva bisogno di un ambiente caldo e l’umidità le era deleteria.
   Ma Ely soleva penetrare nella natura anche con scarsa visibilità, i fumi nebbiosi la invogliavano a immergersi nei suoi pensieri che cercava come una sorta di panacea; ecco perché usciva da sola quando tutti dormivano: desiderava scavare nella mente quel tempo passato che era solo suo e quel luogo le conciliava  le rimembranze. Immaginava, anche, che una fortuita conoscenza potesse emergere dalle dense brume per ridonarle l’entusiasmo della passata gioventù. Se l’avesse saputo suo marito, Augusto, l’avrebbe derisa. “Ma che cerchi ancora?” le avrebbe detto con aria canzonatoria “Ancora le fregole giovanili!”.
   E l’avevano assorbita tutti la sua gioventù! In primis il marito che se l’era portata via quand’era ancora un’adolescente. Oh, non le aveva mai fatto mancare nulla, d’accordo! Ma la vita coniugale, con le sue priorità e responsabilità, non le aveva donato la spensieratezza delle uscite pazze con gli amici, delle occhiate furtive al ragazzo di turno, delle cottarelle che fanno vibrare il cuore. E la musica, quei balli che lei amava, quel progettare le serate per recarsi nelle discoteche, che furoreggiavano quando lei era fuggita con Augusto che le aveva promesso, anche, una vita movimentata e mondana e, invece, di movimentato c’erano state le sue gravidanze, una dietro l’altra e la gioventù se n’era andata appresso ai figli, cinque per l’esattezza.
   Ripensava ai suoi momenti di vita che ripercorreva a ritroso in un excursus particolare: saltava da un episodio all’altro e li collegava fra loro, anche se avevano una datazione differente, lei li associava. In fin dei conti non aveva lamentele da fare, il marito era sempre stato un gran lavoratore, forse troppo: il lavoro prima di ogni cosa, quanta solerzia e attaccamento, tutto per le esigenze familiari. Erano una famiglia numerosa che assorbiva, come una spugna, i guadagni del suo capo e lui il timoniere della barca remava con più vigore. I figli crescevano in buona salute, vivacissimi marmocchi che la sfinivano da mattina a sera; lei, Ely, era uno scricciolo e le sue povere membra erano spossate per il gran da fare; la voce, poi, s’era fatta roca a furia di richiamarli al dovere. Crebbero quei rampolli, cinque figli maschi che divennero prestanti come dei bodyguard e lei li guardava dal basso in alto; la vezzeggiavano, la circondavano di coccole ma al tempo stesso erano esigenti. Una prelibatezza di qua, un’altra di là, non un pasto normale, ma richiedevano fantasia culinaria. Poi c’erano gli indumenti, sempre tanti, jeans magliette, polo, camice, ora anche abiti di rappresentanza: un paio di loro s’erano impiegati negli uffici Statali, che aveva da lamentarsi dunque?
   Era stanca, stanca di pensare sempre e solo ai suoi uomini, non aveva un suo spazio, una sua realizzazione: aveva rinunciato agli studi che amava e al desiderio di scrivere; era corsa appresso all’amore, non sapendo che l’amore in cambio esigeva delle rinunce. Da qualche tempo, però, aveva preso l’abitudine di uscire presto il mattino, proprio per non dar conto a nessuno; la sua famiglia, anche se era tutta adulta, aveva orari differenti e se la ritrovava a casa a tutte le ore.
   Si spazientì quella mattina: il suo cantuccio preferito nella radura, al riparo del leccio, era occupato da una distinta signora; dalla sua postazione la osservò minuziosamente, non potendo meditare su se stessa lo fece per la sconosciuta di classe. Abiti firmati e accessori altrettanto costosi, un portamento elegante e giovanile, forse dimostrava meno dei suoi anni e vista la cura dei particolari, convenne che non ci voleva poi molto a rendere l’insieme più gradevole. La vide sedersi all’ombra del leccio e portarsi le mani al volto per lo sconforto, la sentì piangere a singhiozzi e la disperazione che colse nei suoi gesti, le procurò sincero rincrescimento.
   All’improvviso la signora si alzò e le passò accanto, Ely la riconobbe, l’aveva vista sulle pagine della sua rivista preferita, era una giornalista-scrittrice di discreta fama, quindi una donna realizzata e di successo, niente a che vedere con i suoi problemi di donna soffocata dal proprio ruolo.
   Ripensò spesso a quella signora, a tal punto da cogliere i lati positivi della sua vita, concluse che non è il ruolo a donare la felicità. Sperava d’incontrarla ancora, le avrebbe parlato, avrebbe osato, confidava nella complicità della nebbia. E la sconosciuta era nuovamente lì, al riparo del leccio, maestoso albero a forma di ombrello; Ely si accostò e con voce dapprima stentata, poi più chiara le parlò. La donna non s’infastidì, anzi s’illuminò quando seppe che era un’assidua lettrice della sua rubrica, ma quella luce durò poco: si spense quando il bip del messaggio sul cellulare le impose di leggere il breve comunicato.
   “E’ finita!” esclamò
   “Cosa!”chiese Ely, facendosi coraggio.
   “Non ho nulla. Non ho un marito, mi ha lasciato tempo fa e l’unica figlia se n’è andata per sempre. Speravo che ci ripensasse e invece. Ho costruito un castello di carta!”
    Ely, come le piaceva ora il suo nomignolo, scordò le sue fatiche e i suoi strani desideri: lei aveva un uomo, anzi sei e tutti l’amavano e non l’abbandonavano. In una frazione brevissima di tempo, considerò i lati positivi della sua esistenza e si sentì mortificata di essere dovuta giungere alla conclusione attraverso il dolore della donna che lei stimava. Ma la vita segue strane traiettorie e strane coincidenze, quell’incontro stava per far nascere un’amicizia che avrebbe giovato a entrambe. Ciò che mancava all’una avrebbe compensato l’altra, uno scambio reciproco a fin di bene.
   Fu Ely a prendere l’iniziativa.
   “Posso invitarla a pranzo?”

     
       
      
    

  

      

sabato 23 settembre 2017

Nostalgico scrigno

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   Più passa il tempo e più i ricordi s'incollano indelebilmente, vorremmo cancellare quelli dolorosi, quelli che ci struggono il cuore, quelli che non possono più materializzarsi, ma la vita precedente è tutta in noi e mai vorremmo annullarla; se non girassimo lo sguardo e proseguissimo il cammino non meditando sul passato, forse sarebbe possibile. 
   Lo scrigno dei ricordi dovremmo custodirlo e aprirlo all'occorrenza, sapendo già che la malinconia o la sofferenza potrebbero prendere il sopravvento. Il forziere dei ricordi ci accompagna: fa parte del nostro bagaglio e quand'anche non volessimo aprirlo, lui è lì in ogni angolo del nostro vissuto. Basta gettare lo sguardo anche su di un semplice oggetto e tutto ritorna nitido, magari più lucente di quando l'oggetto del nostro ricordo era materia viva. 
   Eh, sì, il tempo a posteriori rende quel momento passato senza macchia e ci pare che le mancanze, se pur al tempo ce ne fossero state, appartengano a noi che non facemmo il possibile. Vorremmo liberarci dai ricordi molesti, ma non ci riusciamo: dovremmo liberarci anche dai reperti che risvegliano antiche reminiscenze. 
   Volendo potremmo disfarci di ogni ricordo, ma saremmo in grado di privarci di quei ninnoli, di quelle foto, di quegli angoli di vita che fanno parte di noi? Sarebbe possibile forse con gli oggetti, se non fanno parte di un ricordo affettivo importante, ma la realtà abitativa che ci accompagna da tempo è pregna degli umori di chi c'era: basta osservare un punto qualsiasi del contesto abitativo e tutto si riaffaccia nella memoria. 
   La nostalgia è frutto dell'età che passa, eppure solo ieri elargivamo consigli saggi, eravamo talmente bravi a sminuire le situazioni che non comprendevamo perché quegli atteggiamenti fossero così malinconici, e tentavamo di venirne fuori, di uscirne alla chetichella sorridendo bonariamente o con atteggiamento infastidito. 
   Allora come vivere con il ricordo? C'è chi si volta indietro e non assume un comportamento triste: è conscio di non poter cambiare la realtà ed è per questo che è grato al presente. E c'è chi non solo non accetta il suo presente, che gli impone una vita priva di alcuni affetti, ma rimugina anche sul passato: pensa di aver commesso degli errori e che se tornasse indietro apporterebbe modifiche al suo modus vivendi. 
   Dovremmo imparare a vivere con leggerezza intesa non come frivolezza, superficialità, ma cercare di planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore e accettare il fatto che quando s'intraprende una strada, durante il percorso si lasciano pezzi di vita dietro di sé!


giovedì 14 settembre 2017

Barbarie uguale regresso

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   Il dolore non ha mai fine: ancora una volta un ennesimo fatto di sangue, di violenza camuffata sotto una spessa coltre di finto amore, ha stravolto le famiglie: perdere la vita a sedici anni per un amore sbagliato è assurdo, inconcepibile! L'adolescenza è il periodo  delle storie sentimentali senza il fiato sul collo, senza l'ossessività della gelosia, del possesso; a sedici anni si sperimentano emozioni, conoscenze, nuove amicizie, integrazioni nel gruppo dei coetanei. E' il momento della scoperta del mondo, dei filarini batticuore, dell'approccio sentimentale: non può esservi un rapporto esclusivo e tormentato dai dubbi, dalla prevaricazione, dall'angoscia tipica del mondo degli adulti. A sedici anni si dovrebbe vivere la spensieratezza sentimentale, le preoccupazioni di quel genere sono del mondo dei Grandi! 
   La nostra vita è una conquista giorno dopo giorno, è una lotta per la sopravvivenza in un mondo egoista e avido che non sa che farsene dei valori di fratellanza e della prosperità comune: chi ci gestisce propina bei soliloqui a voce alta, discorsi enfatici atti a conquistare le folle. E tutto precipita, si sgretola trascinando con sé fango e macerie mietitori di morte e miseria. La gente è esasperata, parla, rivendica i suoi diritti; scrive, scrive pagine di protesta, urla nei talk show, ricevendo in cambio falsi sorrisi e altrettanto urla convinte che quell'interlocutore infuriato non dica il giusto. Un lavoratore se non fa bene il proprio lavoro è licenziato e non percepirà nulla, mentre un politico anche dopo un battito d'ali lavorativo percepirà il vitalizio. Ma questa è l'Italia e se il politico non dovesse ricevere il sostentamento futuro, dio ce ne liberi, sarebbe un'ingiustizia, mentre per il lavoratore lasciato a secco è giustizia! 
   E l'economia cresce, dicono; il turismo è aumentato, dicono; la vendita d'immobili è in ripresa, dicono; le città sono più sicure, dicono; e il rispetto, l'educazione, i buoni esempi, l'amore per la propria terra, dove sono? Dov'è quel prodigarsi per ripulire i volti ambientali insudiciati dall'abbandono, dalla superficialità? E se ne parla, se ne parla, in un bla, bla, bla reiterato e stanco di essere messo in prima linea. Ci vorrebbe azione: le parole se le porta il vento! Occorrerebbe muoversi, creare progetti, spendere i fondi della Comunità Europea, spenderli per il bene comune; al bando gli appalti manipolati, al bando gli incapaci, gli avidi, gli approfittatori del sangue umano. Ma in tutto questo bailamme assordante nascono anche buoni propositi che danno il loro frutto, ad Amatrice è sorto un liceo scientifico a indirizzo sportivo e internazionale, un convitto che ospiterà studenti di tutta Italia, una bella rinascita per la cittadina colpita dal sisma. 
   Una fetta di umanità esiste ancora, ma il male è ancora avvolto in una coltre di mistero che marchia le famiglie per sempre: difficile è continuare a vivere con mille domande che ossessionano la mente e con la perdita della persona cara strappata ingiustamente alla vita. Ancora oggi le donne sono vittime di follie omicide, ancora oggi l'uomo si arroga il diritto dell'esclusività, del possesso. Forse a quegli uomini non è stata insegnata la rinuncia, il non sempre tutto è dovuto? Perché se è vero che l'esasperazione per il sistema ha reso la gente incattivita, ciò esclude il fatto che la vita altrui non sia rispettata! L'esasperazione produce mostri umani del terrore? Stiamo regredendo? Il progresso tecnologico ha fatto regredire i sentimenti e il Medio Evo sta rinascendo!

giovedì 7 settembre 2017

Evento magico

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Ho preso una pausa: in estate, almeno per me, è più giusto così; anche perché impegni familiari hanno reso necessario un allontanamento momentaneo. Ora devo ritrovare i pensieri, riannodarli, renderli interessanti. Il blog, secondo me, non è una vetrina dove buttare giù due frasi oppure pubblicare solo foto: questo spazio è uno scambio dove interagire con argomenti che suscitino interesse, o proporre scritti frutto del proprio estro creativo.
In questi mesi di tanto in tanto buttavo un occhio sulla blogosfera, ma mentre tentavo tutto il resto mi richiamava come per dirmi: non ti appartare, ci siamo noi, il mare, i contatti quotidiani. E poi, un evento molto importante ha deconcentrato la mia mente: mentalmente era sempre in cima ai miei pensieri. Un evento che credevo accantonato e invece si è realizzato, e si è svolto con tutti i crismi. E' stato bello! Quando dicono che il matrimonio non è più di moda, si sbagliano: è vero che la convivenza va alla grande, ma quando si prende coscienza della bellezza del rito celebrativo, dell'importanza, della magia del giorno e del fatto che si dona la magia anche a chi se lo aspetta e non desidera altro, allora i preparativi fervono e coinvolgono.
 Amici non mi riferisco a me, io sono sposata da tempo e tornando indietro rifarei lo stesso percorso, invece parlo di mio figlio minore, assolutamente contrario al rito matrimoniale con tutto l'ambaradan che ne consegue e che lui riteneva solo uno spreco. Mio figlio ultimogenito che riteneva giusta la convivenza e mai, a suo parere, si sarebbe imbarcato nel matrimonio con tutti gli svantaggi che si ritorcono contro nel caso di separazione. E invece proprio lui, dopo un certo percorso, è capitolato con gioia e mai, dico mai, ho visto sposo più radioso e con una luce speciale in volto.
La convivenza è una sorta di tagliando, è come un rodaggio della vita a due nella quotidianità. Tante convivenze franano dinanzi agli ostacoli, al modus vivendi, al carattere di ciascuno dei due: non è facile collimare nella temuta quotidianità e scoprire lati comportamentali che non emergevano durante il fidanzamento, pur viaggiando assieme e vivendo gomito a gomito ogni giorno.
Ora cosa faccia scattare la molla di voler regolarizzare l'unione? Capita spesso che lo si faccia per un figlio, oppure quando accade un evento che ti fa comprendere la precarietà della vita e di come i progetti a lungo termine non abbiano valenza: non siamo padroni del nostro tempo. Ed è qui che scatta il desiderio di voler vivere il sogno, la magia celebrativa che rende ancora più speciale quella convivenza già collaudata.
Nietzsche diceva che ciò che non uccide fortifica: le prove della vita, anche quelle non strettamente personali, quando si superano, rendono forti e offrono un'altra visione della nostra esistenza travagliata da varie difficoltà; esistenza in cui cogliere l'attimo è gioia, in quanto tutto potrebbe accadere a posteriori. Gli eventi importanti restano in noi e perdurano nel tempo, la magia non si spegne quando si chiude il sipario: quella magia è un dono che appaga e non lascia spazio al possibile rammarico di aver troppo atteso!

(con calma passerò a leggervi)

mercoledì 14 giugno 2017

Buone vacanze

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   C'è un tempo per ogni cosa! Ora occorre fermarsi, per assaporare al meglio la generosità della natura. Vi lascio un sorriso e un abbraccio, che possiate rilassarvi in lietezza e buona salute.
   È ancora presto per le vacanze? Forse si, forse no: dipende dal periodo personale e da altri fattori, comunque vada il riposo sarà benefico! Buona vita a tutti e buona estate!

giovedì 1 giugno 2017

Una vita vera (capitolo sette)


  
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   “Di là c’è un tipo che devi conoscere!” esclamò Mimma alla vista dell’amica che le porgeva il vassoio. “Che mi hai portato? Non era il caso.”
   “E’ solo una torta alla ricotta e cioccolato.”  aggiunse, Marilena.
   “No, sei tu!” esclamò la ragazza, dopo essere entrata in soggiorno.“Ci siamo lasciati qualche ora fa.”
   “Vi conoscete già!” constatò Mimma.
   “In biblioteca, devi sapere che lui è il lettore più assiduo. E tu com’è che lo conosci?”
   Cominciò così quella serata a tre, le vite s’incrociano e per strani meccanismi fa incontrare persone che indirettamente avevano percorso strade uguali, Marilena ne era il punto focale.
    Fulvio si rivelò un ottimo conversatore dall’ironia garbata e divertente, un intrattenitore loquace e coinvolgente. Confidò alle due ragazze le sue aspirazioni. Parlò del desiderio di aprire e gestire un museo imponente, ove esporre opere dimenticate e abbandonate, opere di artisti noti e meno conosciuti. Sarebbe andato alla ricerca di queste preziosità artistiche che per incuria, pigrizia e disinteresse giacevano in luoghi remoti.
   “Dovete sapere che l’Italia è ricca di patrimoni artistici lasciati a un destino di abbandono e giacciono sepolti dalla polvere che ne corrode la bellezza. Io smuoverò cielo e terra, dopo la specialistica mi farò in quattro per portarli alla luce e darne il giusto riconoscimento; andrò dalla gente che conta, dovranno ascoltarmi!”
   “E’ un bel progetto.” rispose Marilena “Se vuoi ci sto anch’io, potrò darti una mano e poi frequento la stessa università, come ben sai, e guarda caso sono iscritta al medesimo corso di perfezionamento, te ne ho parlato all’ora di pranzo. Per cui se ti va, potrei darti una mano.”
   “Ragazzi, ci sono anch’io!” esclamò Mimma “Frequento la stessa specialistica, siamo tutti e tre amanti dell’arte, e poi più siamo meglio è!”
Finirono la serata conversando del più e del meno e consumarono la cena intorno al tavolino da salotto, inginocchiati sul pavimento, un po’ alla giapponese; si raccontarono le loro vite, i loro percorsi, scherzarono narrando aneddoti familiari e intonarono canzoni melodiche dei loro cantanti preferiti in un clima ameno e rilassante.
   “Oh, ragazzi, s’è fatto tardi, domani si ricomincia e dobbiamo darci sotto, se vogliamo realizzare il nostro progetto!” disse Marilena che tornò con i piedi per terra, dopo aver guardato l’orologio che segnava la mezzanotte.
   Salutarono Mimma e stavano per scendere l’unica rampa di scala, quando suonò il cellulare di Marilena con la scritta anonimo, lei si turbò e fece squillare a lungo il telefono: sembrava paralizzata. Fulvio comprese il suo timore: “Vedi un po’ chi è, non ti mangia mica.”
   “Pronto, pronto.” rispose in preda all’ansia che non riusciva a spiegarsi.
   Sentì un respiro lieve, null’altro e poi cadde la comunicazione; lei si guardò intorno come se quella telefonata fosse stata una minaccia.
   Gli amici la rincuorarono, le dissero che poi in fin dei conti non era accaduto nulla di strano, magari l’anonimo aveva sbagliato numero, s’era accorto dell’errore e aveva preferito chiudere la comunicazione per non dare spiegazioni, anche perché a questo mondo i maleducati si comportano così, precisò Mimma dicendole che una bella dormita avrebbe dissolto ogni pensiero.
   “Grazie, amica cara, ma vedi ho come la sensazione che qualcuno non di mia conoscenza voglia disturbarmi; ora è tardi, ma domani sera vi aspetto entrambi da me e vi racconto. Ci vediamo per una cenetta a base di pizza, sotto casa c’è una pizzeria molto invitante che fa pizze da asporto.”

  “Che non diventi un’abitudine!” esclamò Fulvio sorridendo e strizzando l’occhio a entrambe. 

  (continua)

venerdì 12 maggio 2017

Una vita vera (capitolo sei)


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   “Sei ancora lì?” mormorava Ernesto, attraverso la porta del bagno. Lui era lì che attendeva già da un bel pezzo: erano entrati in quella camera d’albergo da circa una mezz’ora, quando lei si era allontanata per andare in bagno a rinfrescarsi un po’, così gli aveva detto, e lui a malincuore s’era sciolto da quell’abbraccio di fuoco. Si erano sposati quella mattina, un matrimonio in grande stile, tutto in regola, cerimonia in chiesa con più di cento invitati e poi al termine dei festeggiamenti erano partiti per il viaggio di nozze; non avevano mai viaggiato da soli, quanto avevano fantasticato su quel momento! Erano occorsi cinque anni di fidanzamento per compiere il grande passo, lei aveva dovuto completare gli studi, s’era anche iscritta alla facoltà di architettura, ma lui premeva: non voleva più viverle lontano, la voleva tutta per sé, temeva che qualcun altro gliela portasse via. 
   Ernesto aveva trovato lavoro in un’altra cittadina, da giovane scriteriato, per amor di lei, era divenuto un ragazzo retto e gran lavoratore. Dopo la laurea in ingegneria era entrato nelle grazie di un costruttore importante che gli aveva affidato la direzione dei lavori, e lui si faceva in quattro per adempiere al suo dovere, per non essere scavalcato da altri giovani laureati che si affacciavano in quel cantiere rinomato in tutta la città: il tal imprenditore aveva costruito residences importanti che erano un vanto per la zona. Partiva la mattina presto, la località aveva una distanza di un’ora di macchina, ma lui voleva tenersi stretto quel lavoro, lo faceva anche per Giovanna: lei gli aveva detto che se non si realizzava e non la smetteva di vivere alle spalle del padre, non l’avrebbe mai sposato. Eppure ne avrebbe potuto avere altre cento come lei, erano quasi tutte pronte a cascargli fra le braccia, non badavano al fatto che facesse il perdigiorno, anzi questa figura gli donava più fascino, eccetto al delicato passerotto dai capelli color del sole, gli stessi capelli ramati di sua figlia Marilena. Per conquistare Giovanna aveva ripreso gli studi e andava avanti come un treno, neanche una deviazione, tutte fermate in perfetto orario: s’era laureato con il massimo dei voti e non aveva perso un esame.  Quando andava a far visita alla sua fidanzata entrava trionfante con il libretto universitario fra le mani e glielo sventolava come un trofeo. I genitori di lui stavano vivendo uno stato di grazia: avevano passato momenti di seria preoccupazione per quel figlio, quando conduceva soltanto una vita di stravizi. Essi avevano provato a minacciarlo di tagliarli i viveri, se non avesse ripreso a studiare o perlomeno impegnarsi nella ricerca di un lavoro, visto che non avrebbe mai fatto il farmacista e non desiderava raccogliere l’eredità paterna: sembrava quasi che godesse a farli soffrire e loro, per non perderlo del tutto, attendevano che lui maturasse o che per amore si compisse il miracolo. E quel miracolo fu la dolce Giovanna, ragazza educata con la testa sulle spalle.
   “Allora che ti sembra?” esclamò lei, dopo essere uscita silenziosamente dal bagno. Lui le rispose stringendola forte a sé: dopo cinque anni di fidanzamento, lei lo turbava ancor di più  della prima volta in cui montò in sella sulla sua moto.
   Ernesto si fermò un attimo: quella prima notte sembrava andare diversamente dalle sue aspettative. Giovanna non si rilassava, sembrava quasi che dovesse andare al patibolo; appena lui tentava l’approccio, lei si poneva in uno stato di agitazione e si lamentava di un dolore inesistente: lui non l’aveva ancora penetrata. Giunse a pensare che avesse subito violenza e che non ne avesse voluto mai parlargliene; invece, poi, seppe che aveva ascoltato storie di mogli che, durante il primo rapporto, erano state vittime di lacerazioni emorragiche, quindi lei aveva sempre creduto che la prima volta fosse sempre un’immolazione al dolore.
  “E me lo dici ora?” chiese lui frastornato. “Tante volte ti ho parlato della bellezza dell’amore e del piacere che si prova. Avrei voluto farlo prima con te, ma poi ti ho rispettato quando ti ritraevi, adducendo il fatto che non eravamo sposati.”
   “Non potevo confessartelo, mi vergognavo e ancora è una fatica per me parlartene. Perciò ora che sai, aspetta, io non voglio soffrire.”
   “Ma cara, l’amore non è sofferenza, vedrai. Quelle signore hanno raccontato il falso. Appena avvertirai dolore, io ti lascerò stare, non potrei diversamente, mi sembrerebbe di usare violenza.”
   Giovanna era ostinata e si irrigidiva, lui perseverò in dolcezza e preliminari che alla fine stancarono la sposa; era esausta e stordita quando lui la fece sua e lei raggiunse le vette del piacere, non voleva smettere e alla terza notte divenne un’amante straordinaria che spontaneamente imparò l’arte dell’amore. Ernesto ancora oggi la cercava con passione e lei gli rispondeva con altrettanto desiderio.

(continua)